REDUCI
TOLMINO BARONI (1917-2013)
Nato a San Giovanni Lupatoto, il suo primo giorno da militare fu il 31 marzo 1939. È stato con i muli sul fronte occidentale, in Grecia e in Albania e poi in Russia. Partì per le steppe il 28 luglio 1942 con la 56a compagnia del battaglione “Verona”. Il 17 gennaio 1943 comincia la ritirata che per lui si concluderà il 1 marzo a Gomel. Il 25 gennaio 1943 Tolmino viene fotografato a Nikitowka. E’ una foto che viene pubblicata nel libro “Nikolajewka: c’ero anch'’io” di Giulio Bedeschi.
Nel settembre 1943 fu internato in un campo di lavoro in Polonia, dove per le tribolazioni passate a scavare in una galleria, scese di peso fino a 42 chilogrammi. Rientra in Italia nei primi giorni di giugno del 1945.
Si spegne il 14 ottobre 2013.
La ritirata di Russia nella sua testimonianza
UCILLO POMARI (1920-2014)
Nato a Roverè si era trasferito a San Giovanni Lupatoto nel dopoguerra per motivi di lavoro.
Il suo primo giorno di naia, il 20 marzo 1940, coincise con il suo ventesimo compleanno. Partecipò alla campagna di Russia e alla battaglia di Nikolajevka. Raccontava che nella piana di Nikolajevka c’era un tappeto di morti per il freddo. Poi fa la ritirata. Il 20 marzo 1945 festeggia il suo venticinquesimo compleanno con gli americani, che liberano tutti i prigionieri del campo di lavoro di Dortmund.
Si spegne, ultimo dei reduci di Russia lupatotini, il 28 novembre 2014.
Acune foto dei nostri reduci
E QUASI REDUCI
Tre alpini ultranovantenni
La festa sociale di fine gennaio 2022, dedicata anche alla commemorazione della battaglia di Nikolajewka, è stata l'occasione per il Gruppo Alpini di San Giovanni Lupatoto (Verona) per riunire i soci decani.
Al pranzo svoltosi nell'accogliente e vasto salone della baita, è seguito un breve momento di omaggio, guidato dal capogruppo Edio Fraccaroli e dal vice Giuseppe Spezie, a tre penne nere ultranovantenni che ancora frequentano la struttura e occasionalmente prendono parte alle attività sociali.
Sono Mario Stoppato (classe 1926), Giuseppe Valentini (classe 1929) e Giuseppe Scardoni (classe 1931) e tutti, in periodi diversi fra il 1946 e il 1952, hanno prestato servizio nella Brigata Tridentina. Per loro c'è stato l'applauso degli intervenuti.
Da sinistra, seduti: Giuseppe Valentini, Mario Stoppato e Giuseppe Scardoni
MARIO STOPPATO (1926)
Mario Stoppato e la Liberazione
Mario Stoppato, lupatotino di 95 anni residente in via Porto e con una memoria lucidissima, racconta a 76 anni di distanza come ha vissuto i giorni della Liberazione su una barca a remi del lago di Garda per fuggire dalla Repubblica di Salò.
"Nel giugno 1944 quando chiamarono alla leva la classe 1926, per evitare di finire sotto le armi, mi ero allontanato da casa e nascosto in una campagna della Bassa veronese" racconta Stoppato. "I fascisti sono venuti a casa ma in cerca per portarmi sotto naja in Germania minacciando che se non mi presentavo in caserma, avrebbero portato via mio padre". "Tornai sconsolato a casa dove mio padre mi disse che per evitarmi il fronte o il lavoro in Germania avrebbe fatto intervenire don Carlo Stoppato, un sacerdote lupatotino, suo cugino" prosegue l'anziano. Si ritrovò alla caserma di Montorio, inquadrato nel reparto che doveva partire per la Germania. "Il giorno dopo ci schierarono nel cortile della caserma. Io ero sulle spine in quanto speravo che qualcuno mi chiamasse comunicandomi una diversa destinazione. Quando ormai temevo il peggio, entrò nel cortile un motociclista portaordini che salì negli uffici. Poco dopo scese un caporale che chiamò cinque nomi, tra i quali il mio, ci fece uscire dalle righe e ci disse di presentarci in questura il giorno dopo. Mi arruolarono come agente di polizia ausiliario e fui destinato a fare la guardia al Ministero dell'Interno della Repubblica di Salò a Maderno. Nonostante le notizie che giungevano sull'andamento della guerra, tra un turno di guardia e l'altro, trascorsero alcuni mesi senza particolari problemi. Anzi, facemmo amicizia con alcuni residenti della zona, con i quali, nel tempo libero, uscivamo a caccia. Nei giorni prima del 25 aprile 1945 le notizie di "Radio Scarpa" riferivano che il fronte gli Alleati erano sul Po. La disfatta era praticamene in atto ed era il momento di mollare tutto e di andare a casa. Arrivò in bicicletta anche mio fratello Bruno che mi recò una lettera di nostra madre con la quale la stessa chiedeva di rientrare in paese per suoi gravi problemi di salute.
Chiedemmo notizie su cosa fare ad un tenente del nostro reparto. "Io non vi posso dire come comportarvi, ma se scappate vi consiglio di non farlo attraverso le strade normali, che pullulano di posti di blocco della milizia e tedeschi".
Ci chiedemmo per quale via e con che mezzo tornare a casa. A un milite veneziano venne in mente di rubare un motoscafo. La sera del 23 aprile fece un veloce sopralluogo al porticciolo dove era ormeggiato il mezzo e scoprì che il motoscafo c'era ma era senza carburante.
"Andremo con una barca a remi e partiremo stasera stessa" decise il veneziano. Affidai il mio fucile da caccia e la bicicletta di mio fratello ad una famiglia del luogo (le andai a riprendere dopo la fine della guerra). Alle 10 di sera vedemmo comparire il veneziano a bordo della barca a remi. Salimmo a bordo in sei: tre soldati che si erano uniti a noi, mio fratello, io e il veneziano.
Io e un soldato ci mettemmo ai remi e cominciammo a remare mentre il veneziano puntava la prua della barca verso est. Circa a metà percorso però ci trovammo però avvolti un denso ed esteso banco di nebbia dentro cui vagammo un po'. Verso le 4 del mattino, dopo circa 6 ore di traversata, arrivammo nei pressi di San Vigilio, tra Torri e Garda, dove scendemmo a terra abbandonando la barca.
Per puntare su Verona salimmo ad Affi e optammo per le strade vicine al fiume Adige. Prima di arrivare a Bussolengo, ci imbattemmo in una casa isolata. Entrammo nel cortile e chiedemmo se avessero da darci qualcosa da mangiare. La diffidenza nei nostri confronti scomparve quando ci sentirono parlare dialetto. Ci diedero mezzo secchio di latte accompagnato da alcuni tozzi di pane. A mezzogiorno eravamo a San Vito al Mantico e poi in un'ora raggiungemmo Verona e quindi San Giovanni Lupatoto. Due giorni dopo, il 26 aprile 1945, gli Alleati, arrivarono a San Giovanni Lupatoto e io consegnai le armi avevo portato con me al comando partigiano.
A diciannove anni conclusi così la mia esperienza di guerra. Dopo un anno passato in famiglia il 1° maggio 1946 fui chiamato a svolgere il servizio militare e divenni alpino. Tornai alla caserma di Montorio per il CAR e poi fui assegnato al Battaglione "Trento" a Merano. La naja nelle penne nere durò un anno. Da allora deposi le armi da combattimento. L'unica arma che ho imbracciato negli anni successivi e fino all'anno scorso è stato il mio fucile da caccia, per passione e per onorare la licenza che detengo da 79 anni.
Renzo Gastaldo